Paolo Soro

Moltiplicazione delle web tax

Naufragate le armonizzazioni internazionali i singoli stati provano a gestire la tassa.

Web tax, che confusione! Dopo il fallimento del progetto europeo per la tassazione dell'economia digitale, si moltiplicano le iniziative dei paesi europei ed extra europei per aumentare il gettito dai giganti del tech, anche in attesa dell'arrivo di una proposta Ocse prevista per la metà del 2020. Ma se da parte dei grandi paesi europei l'azione sembra essere diretta verso i profitti generati dalle società del digitale, a livello internazionale le iniziative tendono a concentrarsi più sulla tassazione delle vendite di servizi o beni online.

Come ha riportato il documento di consultazione Ocse per la preparazione della riforma internazionale, le strade per riscrivere le nuove regole adatte ai modelli economici digitali possono essere due: una è la designazione di nuovi principi che definiscano un metodo per allocare i profitti in un paese nonostante sia assente una presenza fisica, cioè attraverso l'allargamento delle cosiddette regole “nexus”, dall'altra quella di definire delle regole generali che creino una sorta di aliquota minima delle imposte sulle società per porre fine al gioco di scatole cinesi che permetto di tenere la residenza fiscale in un paese a fiscalità privilegiata e ridurre all'osso le imposte dovute.

Partendo dall'Europa, quindi, la strada maestra da seguire - in via temporanea - sembra quella tracciata dalla commissione europea, anche se con aliquote e misure diverse: una tassa sui gruppi con almeno 750 milioni euro di fatturato mondiale e almeno 50 milioni a livello Ue. Cifre che sono state declinate a livello nazionale, come in Francia, che viene richiesto un fatturato nazionale di 25 milioni, mentre in Italia di 5,5 milioni. E proprio l'Italia è stata la prima in Europa, a marzo 2018, ad avviare un provvedimento in questa direzione. Tuttavia, a oggi non sono ancora stati approvati i decreti attuativi che consentono l'entrata in vigore della misura, e la web tax rimane in un limbo. Quindi, nonostante i diversi provvedimenti europei in fase di approvazione possano considerare cifre e aliquote diverse, la tendenza generale è quella di prendere in considerazione l'imposizione di tre tipi di attività: vendita di dati, vendita di spazi pubblicitari online e piattaforme e-commerce.

Le ultime proposte scese in campo sono quelle di Spagna e Repubblica Ceca. La proposta di Madrid vuole ottenere un gettito di 300 milioni di euro, in linea rispetto agli altri paesi, mentre quella di Praga ha un aliquota più che doppia rispetto alle altre, che in via generale sono ferme al 3%. Un fattore importante da ricordare è il numero di società colpite: si va da un numero che oscilla tra circa 50 e 100 società. Per rimanere in Europa, un caso particolare è quello della Slovacchia: il governo del paese è intervenuto per cambiare le regole della definizione di “stabile organizzazione” per ottenere maggiori entrate da parte delle società del digitale, operazione che, secondo gli esperti, potrebbe causare eventuali contrasti con i trattati contro la doppia imposizione.

Dall'altro capo del mondo, prima l'Australia ha cercato di percorrere i passi della strada Ue, ma il governo ha abbandonato la proposta per attendere una soluzione a livello Ocse. Al contrario, la vicina Nuova Zelanda sembra voler portare a termine il progetto applicando un'aliquota del 2-3% sul fatturato entro il 2020.

Ma si in Europa ad essere oggetto di interesse è il fatturato, le economie asiatiche, quelle del Sudamerica e la provincia canadese del Québec sono intervenute attraverso una rimodulazione dell'imposta sulle vendite. A essere colpiti sono quindi le vendite di tutti i cosiddetti beni o servizi digitali come abbonamenti a piattaforme di streaming, vendita di app o e-book, beni che in Ue sono già soggetti a Iva.

Fonte: Italia Oggi

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