Paolo Soro

Crisi d’impresa, una rivoluzione vintage

I veri indicatori di rischio della crisi d’impresa sono la perdita della continuità aziendale e il patrimonio netto negativo. Gli indici di allerta della crisi definiti dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti sono solo il terzo livello.

I veri indicatori di rischio della crisi d'impresa sono la perdita della continuità aziendale e il patrimonio netto negativo. L'arrivo degli indici di allerta della crisi definiti dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili (Cndcec) fa scoprire a consulenti e imprese che la crisi si misura innanzitutto negli indicatori, diversi dagli indici stessi. Primo indicatore di massima importanza riguarda la perdita della continuità aziendale, così come il Principio di revisione Isa Italia 570 già definisce assai bene, e ovviamente il patrimonio netto negativo (cioè inferiore al limite di legge). La soluzione sembrerebbe lapalissiana eppure è proprio il focus che il Cndcec mette nel documento licenziato, in particolare nella seconda parte (si veda i veda ItaliaOggi7 del 7 ottobre), a rimarcare come gli indici siano subordinati alla verifica di altri elementi, già fissati dal legislatore all'art. 13, co. 1 e art. 24 del codice della crisi d'impresa. L'occasione di diffusione dell'elaborato è il convegno nazionale di Firenze sulla crisi d'impresa, che si apre oggi e dove è prevista la partecipazione di oltre 1200 iscritti.

La platea degli interessati però è ben più nutrita, dato che le imprese soggette ai nuovi obblighi sono oltre 235 mila, cioè tutte quelle costituite sotto forma di società o enti collettivi alle quali dal 16 marzo scorso è precipitato addosso l'obbligo di istituire un assetto organizzativo, contabile e amministrativo adeguato alle dimensioni dell'impresa, finalizzato al duplice obiettivo: il primo, di rilevare tempestivamente i segnali di pericolo della crisi d'impresa e della perdita della continuità aziendale e il secondo, di intervenire in modo coerente e senza indugio per adottare ed attuare uno strumento giuridico previsto dall'ordinamento utile a recuperare la continuità aziendale ed evitare il fallimento (ovvero la liquidazione giudiziale che sostituirà la procedura di fallimento).

Perché tanta attenzione e tanta aspettativa per gli indici? Perché la stragrande maggioranza degli operatori crede che dagli indici potrà valutare se la propria impresa o il proprio cliente è in crisi. Errore. Gli indici sono solo il terzo livello di valutazione della presunzione di crisi (si veda la tabella a fianco). Ciò che più conta è infatti la verifica continuativa dell'assenza di pregiudizio alla continuità aziendale che rileva ai fini degli obblighi segnaletici nei limiti degli eventi che compromettano la continuità per l'esercizio in corso e, qualora la durata residua dello stesso sia inferiore a sei mesi, nei sei mesi successivi. Secondo elemento di attenzione richiamato dal legislatore rappresenta la non sostenibilità dei debiti che è anch'essa sintomo di disfunzione della continuità aziendale. La rilevazione dei sintomi e dei rischi, pertanto, è sempre e innanzitutto rimessa a un affidabile sistema di risk management, che si occupi di monitorare, ad esempio anche le rilevanti perdite per danni ambientali, controversie giudiziarie che coinvolgono i vertici della società, profondi dissidi nella proprietà, perdita improvvisa di clienti o fornitori fondamentali. Il documento del Cndcec evidenzia come «queste minacce non sono rilevabili dagli indici di cui alla delega, in quanto avulse dal sistema dei valori di bilancio al quale tali indici si riconnettono, ma devono essere attentamente monitorate da parte dell'organo amministrativo». Devono essere così considerasti sempre gli eventi elencati dal principio Isa Italia N. 570 «Continuità aziendale» in quanto possono compromettere l'esistenza in vita dell'impresa e condurre alla crisi. Tali elementi sono indicatori tutt'altro che finanziari e quindi non leggibili dai dati di bilancio.

Il documento del Cndcec benché definitivo resta una bozza sino a che il Mise non lo avrà approvato, come prevede la legge (art. 13, co. 2 Ccii). Ciò che, invece, commercialisti e associazioni di categoria avevano chiesto era lo slittamento di un anno dell'istituto dell'allerta, ma il Ministero della giustizia sembra per nulla intenzionato ad acconsentire. Intanto il 16 dicembre scadrà la data per l'adeguamento degli statuti e la nomina dei sindaci o revisori e partirà la «ruota» per le future segnalazioni agli Ocri (organismi di composizione della crisi d'impresa, art. 12 Ccii).

Fonte: Italia Oggi

comments powered by Disqus
graph-3078540 1920
top