Paolo Soro

La Brexit diventa ufficiale

Ieri il parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Bruxelles, ha votato per il via libera all’accordo di recesso della Gran Bretagna dall’Unione europea. Dal punto di vista doganale e commerciale, però, per il momento nulla cambia. E nulla cambierà fino a fine anno.

La Brexit è ufficiale. Ieri il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Bruxelles, ha votato per il via libera all'accordo di recesso della Gran Bretagna dall'Unione europea. Gli europarlamentari hanno detto sì con 621 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astensioni. L'intesa serve a garantire un'uscita ordinata del Regno Unito dall'Unione. Il voto di ieri segue a quello già formalizzato dal Regno Unito: il 23 gennaio scorso la Regina Elisabetta II ha dato il suo Royal Assent» (assenso reale) all'European Union Act, la legge britannica che ogni anno regola i rapporti tra Londra e l'Unione europea, e che quest'anno contiene il Withdrawal Agreement (l'accordo di recesso). Ora bisogna attendere solo l'ultimo atto formale, previsto per oggi pomeriggio, sempre a Bruxelles, allorquando il consiglio europeo, l'organo che rappresenta i restanti 27 stati membri dell'Unione, informerà il Regno Unito di aver formalmente ratificato l'accordo. Morale: dal primo febbraio 2020, la Gran Bretagna sarà ufficialmente un paese terzo all'Ue; alla mezzanotte del 31 gennaio gli eurodeputati britannici decadono dal loro mandato.

Dal punto di vista doganale e commerciale, però, per il momento nulla cambia. E nulla cambierà fino a fine anno. Questo perché l'intesa prevede un periodo transitorio, fino al 31 dicembre 2020, per consentire alle parti di stabilire un accordo sulle future relazioni. Non è escluso, peraltro, che Ue e Regno Unito possano accordarsi per una fase transitoria più lunga, fino al 2022; l'accordo di recesso, infatti, consente di rinnovare la fase transitoria per una sola volta, per un periodo massimo di due anni. Ma questa decisione va assunta prima del primo luglio 2020.

Nelle more, il diritto dell'Unione europea continuerà a essere applicato integralmente al Regno Unito, ma quest'ultimo non sarà più rappresentato in seno alle istituzioni europee, né potrà più partecipare ai processi decisionali dell'Unione. Ciò significa che, fino alla fine del 2020 (e al massimo fino alla fine del 2022), la Gran Bretagna continuerà a partecipare all'unione doganale comune, al mercato unico europeo e a tutte le politiche dell'Unione; sarà inoltre tenuto a rispettare la politica commerciale Ue, pur potendo allo stesso tempo ingaggiare negoziati per stipulare accordi di libero scambio con i paesi terzi. Questi ultimi, però, una volta raggiunti potranno entrare in vigore nella fase transitoria solo previo assenso dell'Unione europea.

Dell'accordo definitivo, invece, farà parte anche un'intesa commerciale che, secondo quanto recita la concordata «Dichiarazione politica sul quadro delle future relazioni», si baserà sull'impegno comune di Bruxelles e Londra a negoziare un accordo di libero scambio ambizioso, senza dazi né contingenti tariffari che separino le due sponde della Manica. Ieri, infatti, in vista del voto dell'emiciclo di Strasburgo, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha chiosato: «Vogliamo forgiare un partenariato forte, ma entrambi sappiamo che dobbiamo risolvere il problema di come avere a che fare col Regno Unito come paese terzo». In particolare sul fronte commerciale, il presidente dell'esecutivo europeo ha confermato che la commissione sta considerando un accordo di libero scambio con zero tariffe e zero quote, aggiungendo che «questa costituirebbe un'eccezione, perché nessun altro paese al mondo gode dell'accesso al nostro mercato unico a queste condizioni». «Tuttavia», ha detto Von der Leyen, «la precondizione è che non esporremo assolutamente le nostre imprese alla competizione sleale dei britannici». E ancora: «Più il Regno Unito si impegna ad accogliere i nostri standard sulla sicurezza sociale e sui diritti dei lavoratori, sulla questione climatica, più saremo disponibili ad aprire il nostro mercato».

Ma Londra si è già cautelata: qualora, nel corso del negoziato, i rapporti con Bruxelles dovessero irrigidirsi per sfociare in uno scenario di hard Brexit, a partire dal 2021, «il governo britannico», rivela uno studio Kpmg per la Cia - Agricoltori italiani, «ha già sottoscritto ben 20 accordi internazionali con paesi extra Ue, al fine di assicurarsi la prosecuzione dell'efficacia degli accordi di libero scambio conclusi dall'Unione europea». Si tratta dei paesi andini; dei paesi Cariforum; dell'area Africa Orientale e Meridionale (Esa); dell'America Centrale; dell'Unione doganale dell'Africa Australe e del Mozambico; dei paesi Epa; di Israele, Libano, Kosovo, Liechtenstein, Marocco, Palestina, Corea del Sud, Svizzera, Tunisia, Giordania, Islanda, Norvegia, isole Far-Oer e Cile.

In più, il governo di Londra ha sottoscritto accordi di mutuo riconoscimento con Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti ed è in fase di trattativa col Giappone, affinché le rispettive parti contraenti riconoscano le reciproche valutazioni di conformità in relazione ai singoli prodotti scambiati.

In base all'intesa raggiunta il 17 ottobre scorso tra l'ex presidente della commissione, Jean-Claude Juncker, il capo negoziatore Ue, Michel Barnier, e il premier britannico, Boris Johnson, in caso di mancata intesa per un trattato di libero scambio entro fine anno, l'Irlanda del Nord resterà nell'area doganale del Regno Unito, ma nella sostanza rispetterà le norme doganali europee. In pratica, in assenza di accordi, dal primo gennaio 2021 Londra applicherà nell'Ulster le tariffe imposte dall'Unione europea alle merci provenienti dagli stati terzi per le merci da e verso il Regno Unito. In sostanza, il confine economico tra Unione europea e Irlanda non correrà più lungo il vecchio tracciato che divide l'Irlanda dall'Irlanda del Nord, ma si sposterà direttamente in mare, tra le due isole. Sarà lì (su apposite piattaforme) o negli scali portuali, che dovrà essere effettuato ogni controllo regolamentare e doganale. Questa intesa viene definita comunemente «backstop» ed è traducibile con l'espressione «rete di sicurezza».

Diverso e più complesso il discorso sull'Iva e sulle accise. La riscossione in Irlanda del Nord spetterà al Regno Unito e le entrate fiscali non saranno più trasferite all'Unione europea, ma incamerate da Londra; le autorità britanniche, però, dovranno applicare sul territorio nordirlandese le direttive e i regolamenti dettati in materia (su Iva, accise, esenzioni ecc.) dalla normativa europea. Con una deroga: per evitare che si inneschi una competizione fiscale e territoriale tra le due «Irlande», che rinfocoli vecchie ostilità, il Regno Unito potrà anche applicare alle cessioni di beni tassabili in Irlanda del Nord le medesime esenzioni Iva e le stesse aliquote ridotte, applicate in Irlanda.

Fonte: Italia Oggi

Fonte Immagine: Foto di Elionas2 da Pixabay 

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