Paolo Soro

Coronavirus: attenti al lupo!

Il Paese si è fermato. A dire il vero, non è stata una frenata brusca; l’andatura era già assai ridotta; ma, fino a ieri, ancora si poteva affermare: “e pur si muove”; oggi, siamo del tutto impantanati.

Sul banco degli imputati siede il Coronavirus: l’uomo nero, questa volta, è giunto dal lontano oriente (senza barcone), ha eluso in men che non si dica i controlli anti-immigrazione e si è insinuato tra noi, attecchendo facilmente in un tessuto economico/sociale scevro di anticorpi. Peraltro, senza voler essere tacciati di estremo campanilismo, fa riflettere il fatto che tutte le restanti diseconomie del pianeta, stranamente, si siano manifestate improvvisamente pure e inattaccabili, nonostante il mondo sia un sistema globale aperto. Ah, questi economisti, non ne azzeccano una…

Stamane, tra la leggera foschia che ammantava i tetti e la penuria di esseri umani in circolazione, Milano, principale motore italiano, aveva un nonsoché “chernobyliano”. Il problema vero non è il Coronavirus, ma la psicosi-virus. Cari appartenenti alla specie umana, ricordate il Sommo Poeta? “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Ora, capisco che oggigiorno parlare di “virtute” appare pura utopia, ma – cacchio! – almeno quel poco di “conoscenza” che madre natura ci ha dato in dono, proviamo a metterlo in pratica.

Stipendi prosciugati per acquistare delle poco efficaci mascherine (che devono esser fatte di antimateria, a giudicare da quel che costano) e per stivare ettolitri di amuchina in cantina che, nella migliore delle ipotesi, potrà servire per combattere i batteri causati dalla muffa, regina di tali anfratti cittadini. Per non parlare dell’azzeramento delle scorte nei supermercati. E costruirvi anche un bel rifugio anti-atomico, no? Pensateci!

Facezie a parte, cerchiamo di razionalizzare…

Partiamo dal bene più prezioso per gli Italiani: il calcio. Molte partite (nelle regioni a rischio) sono state rinviate e, in futuro, saranno giocate a porte chiuse: occorre evitare qualsiasi situazione di contagio. Ogni regola ha, però, le sue eccezioni: manifestazioni politiche e sindacali, Angelus del Papa, etc. Ma tralasciamo gli spunti polemici e analizziamo la situazione di una città come Milano.

Il Meazza (stadio di calcio tra i più frequentati del Paese) ha una media settimanale di circa 27.000 spettatori; le locali linee del servizio pubblico ATM vengono utilizzate quotidianamente da oltre 2.000.000 di utenti. Ora, non c’è bisogno di essere un esperto biologo per sapere che un virus si propaga più facilmente dentro un vagone della metro, piuttosto che nelle poltroncine di San Siro. Ma la metro non è stata chiusa; lo stadio, sì. Che dire: la politica ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Non basta: se il problema è bloccare un potenziale contagio, che senso avrebbe giocare a porte chiuse a Milano, e, con il pubblico – che so – a Napoli? La gente si sposta, fortunatamente! E ancora: se le partite del campionato nazionale che si svolgono in determinate città devono essere rinviate o giocate a porte chiuse, per quale contraria ragione ciò non si dovrebbe prescrivere anche per le partite delle coppe europee, allorché i tifosi stranieri (tutti sanissimi e immuni da qualsiasi virus) verrebbero inopinatamente a mischiarsi (oves et boves) con gli untori italiani?

I locali pubblici, al crepuscolo, chiudono i battenti: per chi rimanere aperti? Le scuole, poi, come sempre sono le prime destinatarie delle misure preventive: le malelingue dicono che bisogna ridurre al minimo ogni pericolosissima forma di informazione (tornando a Dante, la “conoscenza”). Ufficialmente, il motivo è sempre lo stesso: evitare occasioni di contagio; anche se è notorio che di bambini ammalati non ce ne sono manco a Wuhan.

Altra situazione bizzarra, quella degli aeroporti. All’atterraggio, i viaggiatori passano obbligatoriamente alla punzonatura prima di poter essere affrancati: viene misurata la temperatura con un aggeggio digitale, che, detto fra noi, è meno attendibile dei primi autovelox. Dopo di che, le cose sono due: non hai febbre? Benvenuto in città (semmai, il virus lo prenderai qui); hai febbre? Subito in quarantena (anche se la causa è un’unghia incarnita). Tertium non datur!

Senonché:

-          Il virus si contagia ben prima di mostrare sintomi influenzali; dunque, anche se non hai febbre, puoi averlo e ungere tutti quelli che staranno (o sono stati) a contatto con te

-          Posto che abbia la febbre e che abbia contratto il virus, a quel punto, come è possibile rintracciare e mettere in quarantena tutte quelle persone che hai già potenzialmente contagiato? Quante “occasioni di contagio” si sono già verificate: al check-in, in fila al gate, al metal-detector, sul bus che ti porta all’aereo, dentro lo stesso aereo, etc.? Per non parlare di quelle capitate nel periodo antecedente all’arrivo in aeroporto…

-          E quelli, a loro volta, già contagiati da chi hai contagiato tu?

La psicosi-virus sta assumendo dimensioni inusitate, talché c’è chi parla di bloccare il traffico aereo tra il nord e il sud Italia: e i treni? E i pullman? E le auto? E i gommoni? Perché non imporre il coprifuoco e chiamare le Forze Speciali, già che ci siamo. Follia pura! Che diventa ignoranza pura (anche in persone a prima vista “insospettabili”), allorché, qualunque sciopero o ritardo o cancellazione di un volo diventa foriero dell’allarme “bomba”: hanno chiuso gli aeroporti! Non potremo più andare al nord o rientrare a casa! Che inenarrabili sciocchezze!

Ma, poi, siete sicuri che i contagiati siano solo nelle c.d. zone rosse? Qualche altra testa d’uovo, coglie la palla al balzo e ipotizza di chiudere direttamente le frontiere italiane. Per l’occasione bisognerebbe parafrasare il noto proverbio: a che serve chiudere la stalla, dopo che i buoi (infetti) sono già entrati?

È noto che il presidente Mattarella ha firmato un primo decreto, dove (oltre al resto), viene stabilito che nei Comuni o nelle aree in cui risulta positiva almeno una persona, si adottino misure di contenimento quali il divieto di allontanamento e quello di accesso al Comune o all’area interessata, l'adozione della misura di permanenza domiciliare con sorveglianza attiva per tutti i potenziali contagiati (arresti domiciliari?), la sospensione dell’attività lavorativa per alcune tipologie di impresa e la chiusura di determinate attività commerciali (poco male, stanno già chiudendo da sé). Ossia a dire: state tranquilli, faremo di tutto per non farvi ammalare; morirete, ma solo perché rimarrete privi di lavoro, isolati e senza soldi per campare. Per la miseria, continuate a vivere!

So che questo mio sarcasmo sarà pesantemente stigmatizzato e deprecato da molti lettori. Ma, giusto per far comprendere la portata di simili provvedimenti anche ai più scettici, mi limito a citare i fatti: a seguito del citato decreto predisposto dal governo, alcuni sindaci del Mezzogiorno (non si capisce bene se colpiti da delirio di onnipotenza o da delirio di onni-ignoranza) hanno subito agito, vietando l’ingresso a cittadini italiani provenienti da Lombardia e Veneto (la rivincita del sud!). I nordisti, sono avvisati: per andare al sud, serve il passaporto… sanitario; e, forse, potranno entrare senza essere messi in quarantena. È tornata l’Italia dei comuni. Ma non era finito il Medioevo?

Tali situazioni paradossali sono arrivate all’attenzione del nostro premier, il quale ha testualmente dichiarato:

“La situazione è insostenibile. Se un presidente di una Regione si sveglia e decide di chiudere le scuole oppure un sindaco si alza e decide di vietare l’accesso al proprio Comune per chi viene da fuori, rischiamo il caos.”

Parrebbe lecito a questo punto domandarsi se, prima di firmarlo per sottoporlo a Mattarella, tra le altre cose, lo abbia pure letto, il “suo” decreto. Parlare di positività al virus è una sciocchezza colossale, degna del principe degli ignoranti. La differenza di “positività” tra l’Italia e gli altri Paesi sta proprio in questo: da noi si fanno i tamponi a cani e porci; all’estero, solo a chi mostra i sintomi.

Non è finita qui. In questi giorni, i tecnici del ministero del Tesoro sono al lavoro per scrivere anche un secondo decreto con le misure di sostegno all’economia: si parla di stop a tasse, bollette e mutui (ABI permettendo) per famiglie e imprese delle zone rosse. Cari colleghi, siete avvisati: una serie di nuovi adempimenti (rigorosamente gratuiti) sta per piombarvi letteralmente addosso; quindi, voi, non ammalatevi; non ne avete facoltà.

Analizzando i numeri. Secondo il Ministero della sanità:

“Come altre malattie respiratorie, l’infezione da Coronavirus può causare sintomi lievi come raffreddore, mal di gola, tosse e febbre, oppure sintomi più severi quali polmonite e difficoltà respiratorie. La maggior parte delle persone (oltre l'80%) guarisce dalla malattia senza bisogno di cure speciali (nemmeno si accorge di averla contratta). Circa 1 persona su 6 (16%) si ammala in modo più grave e sviluppa difficoltà respiratorie. Le persone più suscettibili alle forme gravi sono gli anziani e quelle con malattie pre-esistenti, quali diabete, tumori e malattie cardiache. Al momento, non si può affermare che qualcuno sia deceduto per il Coronavirus; ma solo che tale complicanza ulteriore abbia portato alla morte quei pazienti già interessati da una situazione clinica particolarmente grave; ciò nel 2% circa dei casi (Fonte OMS)”.

A fronte di questo, ricordo che, ogni anno, in Italia, si verificano circa 8.000 decessi per (o con) peggioramenti clinici collegati all’influenza. Si obietterà che, contro i vari ceppi d’influenza, in genere, esistono dei vaccini. Non così contro il Coronavirus. Questo, consentitemi, semmai è un’aggravante (soprattutto, del livello di ignoranza delle persone): se, nonostante i vaccini, si verificano tanti decessi, il “lupo-influenza” risulta essere molto più aggressivo, pericoloso e preoccupante del “lupo-Coronavirus”. Ma nessuno si permetterebbe mai di chiudere i confini comunali a chi giunge in città influenzato, o, peggio ancora, metterlo agli arresti domiciliari; né, tanto meno, bloccare l’intero Paese in occasione dell’annuale arrivo dell’influenza.

E la cosa più grave è che non si tratta certo di una situazione temporalmente breve. Sempre il sito del Ministero della Sanità precisa, infatti:

“Ancora non esiste un vaccino e per realizzarne uno ad hoc i tempi possono essere anche relativamente lunghi (si stima 12-18 mesi).”

Nel frattempo, cantiamo insieme il requiem per il Belpaese.

Certo, la soluzione non può essere il laissez-faire; ma, tra un eccesso e l’altro, si potrebbero anche prendere in considerazione opzioni intermedie di puro buon senso, che non distruggano definitivamente un Paese già obiettivamente collassato.

 

PS: In ogni caso, mi raccomando, fate i bravi: non rosicchiatevi le unghie quando avete finito il pane; non frugatevi le froge nasali alla ricerca della caccola perduta; e, soprattutto, lavatevi bene le mani… specialmente dopo aver fatto pipì.

 

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