Paolo Soro

Nota prot. n. 1436 del 17 febbraio 2020 – Ispettorato Nazionale del Lavoro

INL: Richiesta di intervento concernenti omissione di versamenti ai fondi di previdenza complementare – parere.

In riscontro alla nota con cui codesto INL fornisce una ipotesi di soluzione al quesito formulato dall’ITL di Milano Lodi concernente i casi di omesso versamento, da parte del datore di lavoro, della quota contributiva ai fondi di previdenza complementare, si espongono le considerazioni che seguono, condivise con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

La previdenza complementare è il sistema di previdenza privata che consente di integrare la pensione obbligatoria (o pensione di base) con versamenti volontari. Essa è costituita da una molteplicità di forme pensionistiche (fondi pensione) che raccolgono il risparmio degli iscritti e lo valorizzano attraverso dei rendimenti ottenuti sui mercati finanziari. L’istituzione delle forme pensionistiche complementari può avvenire secondo le modalità indicate all’art. 3 del D.Lgs. n. 252/2005, attraverso contratti e accordi collettivi o regolamenti aziendali. La  giurisprudenza  ha chiarito la  sostanziale  differenza  tra  previdenza  obbligatoria  (ex  lege)  e  quella integrativa  (ex  contractu) individuandola “nel  carattere  generale,  necessario  e  non  eludibile  delle  tutele  del primo  tipo,  a  fronte  della natura  eventuale  delle  garanzie  del  secondo,  che  sono  la  fonte  di  prestazioni aggiuntive  rivolte  a  vantaggio  esclusivo  delle  categorie  di  lavoratori  aderenti  ai patti  incrementativi  dei trattamenti ordinari –e in relazione alla quale non opera il principio dell'automatismo delle prestazioni”(Cass. Civ., sez. un., sent. n. 4684/2015). La  natura  privatistica  della  previdenza  integrativa  emerge  dal  meccanismo  di  adesione  del  lavoratore, che è libero e volontario e dalle modalità di alimentazione del fondo, al quale contribuiscono i destinatari della prestazione ed il datore di lavoro.

L’adesione del lavoratore alla forma pensionistica complementare determina l’insorgenza, per il datore di lavoro, dell’obbligo contributivo a favore del medesimo fondo,  secondo  le  previsioni  della  fonte  collettiva applicabile(modalità e misura minima della contribuzione a carico del datore di lavoro e del lavoratore possono essere fissati dai contratti e dagli accordi collettivi, anche aziendali –cfr. art. 8,D.Lgs.n. 252/2005).L’ipotesi  del  mancato versamento  di  parte  dei  contributi  previsti  dalle  fonti  istitutive  del  fondo prescelto  integra, secondo  il  più  recente  orientamento  giurisprudenziale, un inadempimento  contrattuale  del datore di lavoro che “dopo aver sottoscritto la domanda del lavoratore di adesione ad un Fondo di previdenza complementare ed aver effettuato le relative trattenute sulla retribuzione dovuta al lavoratore stesso, ometta di versare  dette  somme  in  favore  del  fondo” (Trib. Roma, sez. lavoro, sent. n. 10489/2016). Ne  consegue  che  il lavoratore potrà agire innanzi al giudice civile per la tutela della propria posizione contrattuale. Sotto il profilo ispettivo, assume rilevanza la decisione delle Sezioni Unite del 9 marzo 2015, n. 4684 che ha definitivamente escluso la natura retributiva del contributo integrativo posto a carico del datore di lavoro dai contratti e accordi collettivi riconoscendone, invece, la natura esclusivamente previdenziale. In particolare, le  Sezioni  Unite hanno  precisato  che “l'obbligo  del  datore  di  lavoro  di  effettuare  tali  versamenti, nasce,  a  ben  vedere,  da  un ulteriore  rapporto  contrattuale,  distinto  dal rapporto  di  lavoro  subordinato, finalizzato  a  garantire,  in  presenza  delle  condizioni  prescritte,  il  conseguimento  di  una  pensione  integrativa rispetto  a  quella  obbligatoria, [...]che  costituisce  certamente  un  ulteriore  beneficio  per  il  lavoratore;  esso tuttavia  non  modifica  i  diritti  e  gli  obblighi  nascenti  da  rapporti  di  lavoro  e  non  incide  sulle  modalità  di erogazione  delle  indennità  di  fine  rapporto.  In sostanza il  beneficio  derivante  al  lavoratore  dal  rapporto  di previdenza integrativa non è costituito dai versamenti effettuati dal datore di lavoro, ma dalla pensione che, anche  sulla  base  di  tali  versamenti,  lo  stesso  potrà  percepire. La  contribuzione  datoriale  non  entra direttamente  nel  patrimonio  del  lavoratore  interessato,  il  quale  può  solo  pretendere  che  tale  contribuzione venga  versata  al  soggetto  indicato  nello  statuto; ed  infatti  il  lavoratore  non  riceve  tale  contribuzione  alla cessazione del rapporto, essendo solo il destinatario di un'aspettativa al trattamento pensionistico integrativo, aspettativa  che  si  concreterà  esclusivamente  ove  maturino  determinati  requisiti  e  condizioni  previsti  dallo statuto del fondo. Se è vero che il rapporto di previdenza integrativa ha come necessario presupposto l'esistenza di  un  rapporto  di  lavoro  subordinato, è  anche  vero  che l'obbligo  del  versamento  del  contributo  a  carico  del datore di lavoro non si pone nei confronti del lavoratore bensì nei confronti del fondo che è poi onerato della erogazione della relativa prestazione”.

A fronte di tale  quadro definitorio, integrativo della normativa di base (cfr. altresì Cass., sez. I, sent. n. 19792/2015;  Cass., sez.  6, sent. n.  8228/2013;  Cass., sez.  lav.,  n.  8695/2012), si  concorda  con  quanto prospettato  in  ordine  alla  impossibilità  di  adottare  la  diffida  accertativa di cui all’art. 12 del D.Lgs.  n. 124/2004 in  relazione  ai  versamenti  che  il  datore  di  lavoro  non  abbia  effettuato. Ciò  peraltro  anche  in considerazione del fatto che il citato art. 12 fa riferimento ai “crediti  patrimoniali  in  favore  dei  prestatori  di lavoro” mentre, nel caso in esame, il creditore dell’obbligazione contributiva non è il lavoratore ma il fondo di previdenza complementare, poi tenuto all’erogazione in suo favore della prestazione previdenziale. A parere dello scrivente Ufficio in tali casi si configura invece un’ipotesi di violazione dell’art. 1, comma 1175,  della  L.  n.  296/2006, secondo il quale “a decorrere  dal  1°  luglio  2007,  i  benefici  normativi  e  contributivi previsti  dalla  normativa  in  materia  di  lavoro  e  legislazione  sociale  sono  subordinati  al  possesso,  da  parte  dei datori di lavoro, del documento unico di regolarità contributiva, fermi restando gli altri obblighi di legge(...)”.Ciò  in  quanto, il D.Lgs.  n.  252/2005, che  detta  la  disciplina  delle  forme  pensionistiche  complementari, come  modificato  dalla L.  n.  296/2006 prevede,  in  favore  delle  aziende  che  dal  1°  gennaio  2007  devono trasferire  il  TFR nelle  forme  pensionistiche  complementari,  misure  compensative  per  contenere  gli  effetti finanziari  derivanti  dallo  smobilizzo  del TFR. L’art. 10, comma 2, del suddetto D.Lgs. n. 252/2005,  così  come sostituito dall'art.1, comma 764, della L. n. 296/2006, consente infatti una riduzione degli oneri contributivi a carico dell'azienda laddove dispone che “il datore di lavoro è esonerato dal versamento del contributo al Fondo di garanzia previsto dall’articolo 2,della legge 29 maggio 1982, n. 297, e successive modificazioni, nella stessa percentuale di TFR maturando conferito alle forme pensionistiche complementari e al Fondo per l’erogazione ai lavoratori dipendenti del settore privato dei trattamenti di fine rapporto di cui all’articolo 2120 del codice civile”. Pertanto, laddove  il  datore  di  lavoro  non  abbia  effettuato  il  versamento dei  contributi nella  misura  di cui  sopra al  fondo  di  previdenza  complementare e abbia  comunque  ridotto  il  proprio  onere  contributivo omettendo i versamenti dovuti al Fondo di garanzia si configura una violazione di legge che legittima il recupero degli  sgravi  contributivi eventualmente  fruiti  in  applicazione del  suddetto  art.  1,  comma  1175,  della  L.  n. 296/2006.

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